Scampagnata 25 Aprile

Il 25 aprile, si sá,  al di la della festa civile, e’ anche uno di quei giorni utilizzati da tutti per le “scampagnate”: quando il tempo lo permette (come e’ successo quest’anno!), dopo giorni e giorni di lavoro, è bello uscire a godersi il sole e l’aria pulita lontani dal solito tran-tran quotidiano e dal traffico.

Anche per la nostra comunitá parrocchiale e’ stato cosi: approfittando dell’occasione, abbiamo deciso di organizzare una “scampagnata parrocchiale” in quel di San Vivaldo per vivere una giornata fraterna, per stare insieme bimbi e adulti, per condividere il pranzo e le nostre storie, per conoscerci  tutti un pochino meglio.

In oltre una ottantina di persone siamo saliti sul “Sacro Monte” dove i frati del luogo ci hanno messo a disposizione un grande refettorio, una cucina ed alcune stanze.

Ad accompagnarci, il Parroco padre Valentino, il Guardiano della Comunita Francescana di San Romano padre Francesco, padre Federico e Suor Emanuela, giovanissimo membro delle Suore Francescane dell’Immacolata presenti in parrocchia.

Nella mattinata bel momento di relax con i bimbi a giocare sull’erba e i grandi a “fraternizzare” tra loro.

Bisogna dire che alcune persone che solitamente offrono il loro servizio in parrocchia, hanno “sacrificato” il giorno di festa per preparare il pranzo per tutti: eravamo davvero tanti e cucinare per tutti e’ stata una impresa! E’ stato veramente un bell’esempio di servizio e dire semplicemente “grazie” e’ davvero riduttivo! Ottimo pranzo, preparato proprio col cuore!

Dopo pranzo poi i nostri padri ci hanno accompagnato per una visita guidata.

San Vivaldo, situato tra le verdi colline nel comune di Montaione, ha delle origini molto antiche che risalgono al 1300, allorquando il luogo fu scelto dal Beato Vivaldo, un terziario Francescano originario di San Gimignano, per trascorrervi una vita di penitenza e digiuno.

Il “Sacro Monte” di San Vivaldo è uno dei “sacri monti” diffusi nel nord Italia che vennero costruiti tra il 1500 e il 1600 il cui scopo era quello di offrire alla gente  la possibilità di fare un pellegrinaggio senza andare in Terra Santa che in quel periodo era caduta sotto il dominio dei turchi.

L’ideazione del Sacro Monte è dovuta ai  frati Francescani, che in quel tempo erano soliti fare molti pellegrinaggi in terra santa, i quali costruirono prima il convento e poi circa 25 cappelle  che riproducevano la topografia e i luoghi santi di Gerusalemme. Da qui il nome attribuito a San Vivaldo della “Gerusalemme di Toscana”.

I frati scelsero il luogo con estrema accuratezza, adottando l’orientamento astronomico di Gerusalemme e non quello locale: venne individuata ad est del Convento una valle boscosa che rassomigliava alla valle di Giosafat, più a Sud un rilievo si era ideale a rappresentare il Monte degli Ulivi, a Nord, un ripiano naturale poteva rappresentare la spianate del tempio, mentre poco più in là, una collinetta, veniva a formare il Monte del Calvario.

Le Cappelle del Sacro Monte di San Vivaldo risalgono agli inizi del 1500 e al loro interno troviamo dei gruppi statuari di terracotta, realizzati dalle botteghe di vari artigiani,  che rappresentano gli episodi della vita oltre che della Passione di Gesù Cristo.

Visitando le varie cappelle e’ realmente come fare un piccolo viaggio nella terra del Signore e rivivere i momenti piu importanti della Sua vita, nei quali Egli ha realizzato la nostra salvezza.

Al termine della “visita” e al termine poi della giornata abbiamo celebrato tutti insieme la Santa Messa nella Chiesa del Convento: la liturgia era quella prefestiva e nel Vangelo Gesù si presentava come il Buon Pastore, quello che dona la vita per le proprie pecore, che  coloro che gli sono state affidate e che Egli ama.

Nella omelia padre Valentino ci ha detto che Gesù rivolge a tutti noi la domanda: chi vogliamo seguire? Lui, il Buon Pastore che attraverso il suo Sacrificio ci ha donato la vera vita oppure tutti quei “mercenari”, quei falsi idoli (anche quelli che abbiamo dentro di noi) che invece ci porteranno irrimediabilmente alla “morte”?

Anche per noi, Comunità parrocchiale è importante conoscere ed amare per prima cosa il Signore per poi conoscersi ed amarsi gli uni gli altri.

Dio non ci ha salvati per noi stessi, ma per vivere in comunione gli uni gli altri.

Perciò momenti come la giornata vissuta insieme sono sempre tempi importanti per crescere nella conoscenza e nell’amore reciproco.

Nel tempo di oggi dove viene propagandata l’autosufficienza, il valore della Comunità Parrocchiale e’ piu che mai importante.

“La parrocchia – scrive in documento S. Giovanni Paolo II – non è principalmente una struttura, un territorio, un edificio, è piuttosto «la famiglia di Dio, come una fraternità animata dallo spirito d ‘unità» è «una casa di famiglia, fraterna ed accogliente»”; e “la casa aperta a tutti e al servizio di tutti, o, come amava dire il papa Giovanni XXIII, «la fontana del villaggio» alla quale tutti ricorrono per la loro sete”.

Non è dunque un paese o la chiesa in muratura, ma una vita che trabocca, una convivenza spirituale da costruire giorno per giorno.

Di sicuro non e’ cosa facile, ma Jean Vanier, filosofo canadese dice:

“Nelle comunità cristiane Dio sembra compiacersi di chiamare insieme delle persone umanamente molto diverse. Non erano forse profondamente diversi tra loro i discepoli di Gesù? Non avrebbero mai camminato insieme se il Maestro non li avesse chiamati!

Non bisogna cercare la comunità ideale. Si tratta di amare quelli che Dio ci ha messo accanto oggi. Avremmo voluto forse delle persone diverse, più allegre o magari più intelligenti. Ma sono loro che Dio ci ha dato, che ha scelto per noi. E’ con loro che dobbiamo creare l’unità e vivere l’alleanza […]

La vita [in una comunita] può diventare una vera scuola in cui si cresce nell’amore; è la rivelazione della diversità, anche di quella che ci da fastidio e ci fa male; è la rivelazione delle ferite e delle tenebre che ci sono dentro di noi, della trave che c’è nei nostri occhi, della nostra capacità di giudicare e di rifiutare gli altri, delle difficoltà che abbiamo ad ascoltarli e ad accettarli. Queste difficoltà possono condurre a tenersi alla larga dalla comunità, a prendere le distanze da quelli che danno fastidio, a chiudersi in se stessi rifiutando la comunicazione ad accusare e a condannare gli altri; ma possono anche condurre a lavorare su se stessi per combattere i propri egoismi e il proprio bisogno di essere al centro di tutto, per imparare a meglio accogliere, comprendere e servire gli altri. Così la vita in comune diventa una scuola di amore e una fonte di guarigione. L’unione di una vera comunità viene dall’interno, dalla vita comune e dalla fiducia reciproca; non è imposta dall’esterno, dalla paura. Deriva dal fatto che ciascuno è rispettato e trova il suo posto: non c’è più rivalità. Unita da una forza spirituale, questa comunità è un punto di riferimento ed è aperta agli altri; non è elitista o gelosa del proprio potere. Desidera semplicemente svolgere la propria missione insieme ad altre comunità, per essere un fattore di pace in un mondo diviso”

E in questo mondo cosi diviso, c’e davvero bisogno di riscoprirsi insieme.